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sabato 1 e domenica 2 dicembre : modulo 2  seminario : Le 6 "R" e le ferite emozionali

sabato 1 dicembre dalle 20'00 festa Human Project presso Vialla Greggio a Casalserugo (PD)

sabato 15 e domenica 16 dicembre : seminario MetaMedicina Archetipale

Condividi più spesso le gioie o i dolori ?


Condividi più spesso le gioie o i dolori ?

 

Inseriti nel complesso sistema delle personalità, molti esseri umani sono sottoposti quotidianamente a situazioni di natura psico – emozionale, attivata da ricordi dolorosi di mancanza e privazione ancora presenti a livello inconscio e memorie di fasi evolutive non perfettamente integrate a livello cellulare, a causa di sofferenze e irrisolti.

In questa enorme quantità di materiale inconscio vi sono contenuti programmi, credenze,traumi, paure, fobie, ferite e pulsioni, che condizionano troppo spesso comportamenti e atteggiamenti inconsapevoli e che possono danneggiare relazioni, vita sociale e salute, abbassando quindi la qualità di vita.
L’inconscio è  materia di studio oramai da secoli da parte dell’uomo che non ha ancora compreso appieno i meccanismi  di difesa che lui stesso attua  nel momento in cui viene sottoposto a stress per paura di essere scoperto nelle proprie debolezze e fragilità.
In tutto  questo complesso intreccio emozionale, possiamo distinguere due tipologie comportamentali  contenute nelle svariate personalità umane: esse si dividono in coloro che condividono più facilmente le proprie gioie e coloro che condividono primariamente i propri dolori e sofferenze.

Siamo enormemente aiutati in questo periodo storico dai social network, strumenti  d’eccellenza usati per condividere qualsiasi cosa, addirittura per qualcuno la vita intima.

Il fatto che oramai non si possa più fare a meno dei social indica il bisogno collettivo di condivisione, di essere visti, cercati e riconosciuti. Che questo sia funzionale soltanto il tempo ce lo potrà dire.

L’aspetto più sincero  della condivisione è semplicemente la necessità di far sapere qualcosa di bello che ci è accaduto o che abbiamo fatto accadere e rendere partecipi gli altri della nostra felicità. In questo caso esiste un’ amorevole apertura verso il prossimo e un’interazione che porterà sicuramente a generare altra gioia intorno a noi.

“La Forza della condivisione è simile alla fiamma di una candela in una stanza buia. Alcune candele accese possono illuminare la stanza ma tante candele illuminano un paese, una città e anche una nazione distruggendo l'oscurità, l'ego , la menzogna e la cattiveria.”

Al di là di questo funzionale aspetto e tornando ai due atteggiamenti in questione, si osservano modalità diametralmente opposte e con diverse sfaccettature.

Chi ama condividere soltanto gioie e allegria vuole portare apparentemente un messaggio positivo all’ambiente circostante e sembra non voglia caricare il mondo con fardelli che preferisce vivere privatamente.

Molte persone sono cresciute trattenendo dentro di loro i propri drammi e difficoltà, proteggendoli addirittura gelosamente. Hanno ricevuto un’educazione dove l’azione migliore era soltanto mostrare la parte positiva andando quindi a perdere di vista anche il significato che il dolore poteva insegnare. Altre sono state educate all’essere o dimostrasi forti  in qualsiasi prova e quindi a rifiutare la sofferenza che non poteva che essere soffocata, ma che potrebbe manifestarsi improvvisamente nel presente o in futuro come valvola di sfogo attraverso disagi fisici, malattie psicosomatiche o crolli emozionali e psicologici.

Un esempio della nostra società potrebbe essere rappresentato da un figlio maschio quando da piccolo, in un momento in cui si è permesso di piangere, gli è stato detto : “ piangi come una femminuccia … solo le femmine piangono..” ,  tipica mentalità che ha resistito fino agli anni 90’  ma che ancora adesso è presente in varie zone dell’Italia. Con la tendenza a mantenere un “sistema patriarcale”  il periodo generazionale e le credenze collettive hanno generato maschi emotivamente e psicologicamente deboli  tanto da rendere quest’ultimi incapaci di prendersi in carico responsabilità che la vita richiedeva o di avere la forza di superare difficoltà incontrate durante l’esistenza.
Per queste persone potrebbe essere terapeutico e risolutivo sfogare e condividere il dolore, permettersi di parlarne. Dall’altra parte, mettendosi nella posizione di ascolto, permettere invece che se ne parli  attivando il rilascio di una gran quantità di rabbia repressa nonché tensione trasformate in rigidità, soffocate per anni perché condizionate dalle proprie credenze di dover dimostrare perfezione, forza e brillantezza anche di fronte all’evidenza contraria.

Le motivazioni del condividere soltanto cose belle possono derivare anche dal bisogno di esprimere nel mondo un’immagine vincente, di forza e di positività, in pratica potrebbe esserci la necessità di volersi dimostrare affidabili, responsabili e attivi in maniera che il mondo esterno ci cerchi. L’impatto e l’impressione inconscia che si vuole trasmettere in questo caso è : “tu hai bisogno di me, fidati, io sono un esempio, la mia vita è più bella della tua” . Un’ esigenza di ostentazione che nasconde narcisismo, e una neanche tanto nascosta richiesta di essere amati, il tutto camuffato da finta sicurezza, atteggiamento assunto inconsciamente nell’infanzia quando si è costruita la credenza che si potesse ottenere affetto soltanto se ci si dimostrava bravi . Mettiamoci nei panni di un bambino che ha maturato la convinzione :        “ se porto a casa un buon voto i miei genitori mi ameranno di più”.
Un altro tipico pensiero inconscio è:  “Io sono forte, ti posso proteggere ma tu non tradirmi.”  Questo può nascondere il bisogno di controllare per non essere traditi dal prossimo.

Rimanendo all’interno di questo contenitore troviamo anche chi condivide soltanto la bellezza e la gioia per evitare che  gli altri possano godere di un nostro momento di sofferenza, in questo caso meglio mostrarsi solari evitando che le persone possano gioire del dolore che si sta provando, meglio quindi mostrarsi sempre gioviali e allegri. Il soggetto in questo caso ragiona in questo modo: “meglio essere  invidiato, così facendo gli altri crederanno  che sono più bravo, più in gamba e più ok di loro”.
Altre persone invece, abituate a cavarsela in situazioni difficili, sono cresciute pensandola diversamente: “il mondo è cattivo, è un campo di battaglia dove il debole soccombe e il più forte sopravvive.”

Un ultimo esempio lo si può fare citando quel genere di  persone  che si sentirebbero predisposte all’occorrenza a condividere un loro disagio ma hanno abituato i loro familiari, amici e seguaci social ad essere sempre persone forti e di soluzione lì dove esista la difficoltà. E’ il classico caso dei coach, di persone che sono un punto di riferimento, di chi viva un ruolo di primo piano in società, di chi professa molto il pensiero positivo. A queste categorie sembra sia vietato mostrarsi sofferenti  poiché  così facendo potrebbero arrivare a perdere credibilità.
Nelle occasioni in cui si è condivisa la fragilità del momento, hanno visto intorno a loro destabilizzazione e delusione facendo cadere il mito dell’invincibilità. Visti i risultati quindi decidono  loro malgrado di mantenere una silente sofferenza. 
Questa può risultare un’abitudine errata, condividere ogni tanto una sofferenza o un disagio può essere indice di umiltà, evitando di auto eleggersi il supereroe di turno. Inoltre sostenere l’atteggiamento del “guru”  può portare rigidità nei confronti di se stessi e un carico eccessivo di pesi e di responsabilità che con il tempo potrebbero gravare sulla vita privata.
 Ognuno di noi può essere di aiuto verso l’altro se consapevole delle proprie potenzialità, nemmeno la persona più talentuosa ha in sé tutte le risorse necessarie per superare da sola gli ostacoli della vita.
Siamo animali sociali e abbiamo bisogno l’uno dell’altro.

Completamente diversa è quella tipologia di persone che è più predisposta a condividere soltanto la sofferenza.

Un primo approccio ci indica che potremmo essere di fronte ad atteggiamenti vittimistici e lamentosi dove esiste il bisogno di essere ascoltati e sostenuti poiché i problemi più grandi e gravi li vivono soltanto loro.  Soggetti abituati ad  aggrapparsi agli altri per una credenza che porta a pensare che manchino le risorse per farcela da soli, probabilmente esistono in questi casi bisogni affettivi che si compensano con i lamenti  e drammi quotidiani. Li possiamo definire i classici vampiri energetici che, nella condizione di non riuscire a generare  abbastanza energia per se stessi, si appropriano di quella altrui con queste modalità. Troveranno per riflesso e per attrazione dello stesso specchio sicuramente chi avvallerà il loro comportamento.

Un altro aspetto importante lo troviamo su persone che condividono soltanto i problemi perché non sanno contattare la propria gioia, non sono abituate o non l’hanno mai fatto per varie vicissitudini di vita. Vivono momenti di finta felicità e il massimo picco di gioia che riescono a provare consiste nel donare all’altro la propria sofferenza. Verso quest’ultime, un sincero atteggiamento di compassione è utile per comprendere che il loro mondo interiore va educato a vivere momenti di distensione, poter gioire innanzitutto delle piccole soddisfazioni quotidiane, permettersi di ricevere un dono, un regalo, provare la sensazione di pienezza nell’essere utili agli altri occupandosi ad esempio non soltanto di altre persone ma anche di animali o di giardinaggio.  Insegnare quindi all’inconscio che esistono emozioni più appaganti della tristezza e della frustrazione e che primariamente va ricontattato quel bambino interiore che non ha mai giocato veramente. Queste persone avrebbero bisogno di prendersi un po’ meno sul serio come fanno i bambini e imparare da loro il valore del gioco e dell’innocenza.

Un ultimo esempio lo troviamo nelle persone ipercritiche che in molti casi provano anche invidia. Osservano la gioia negli altri e sono convinte che non si possa essere felici. Sviluppando la credenza  che chi è felice stia mentendo, sottopongono gli altri a test continui con l’intenzione di smascherarli. Di solito criticano il mondo perché sono esseri infelici e pensano che non sia giusto che gli altri abbiano più di loro, atteggiamento che nasconde un senso di inferiorità e una credenza inconscia al valere meno degli altri che potrebbe derivare da uno o più fallimenti del passsato.  Il loro pensiero è: “se io non posso vivere la felicità non è giusto la possano vivere nemmeno gli altri”. Qui si potrebbe agire sull’autostima e sull’aumentare la sensazione di valore personale e convincersi che provare sentimenti sani ed elevati fa consumare meno energia e genera la possibilità di trovare nuove amicizie, positività, amore e accettazione intorno a sé.
Se la vita ci ha provato nel passato non significa che il presente ed il futuro non possano essere migliori.
E’ importante darsi e dare un’altra possibilità perdonandosi se dovessero essere stati commessi degli errori, in fondo la vita è esperienza e la perfezione vista soltanto dal punto di vista mentale è utopia.

A questo punto, con una visione più chiara di questi punti di vista e con la consapevolezza che ci siano ancora tantissime altre variabili, non esiste un esempio migliore di condivisione poiché siamo esseri complessi. Tuttavia siamo chiamati a trovare un equilibrio che porti all’armonia, nella sincerità e nella partecipazione attiva delle amicizie sia nelle nostre gioie che nei dolori . Cercando di affrontare la paura della solitudine che fa credere che senza gli altri non si possa stare, il bisogno di sicurezza e di riconoscimento e, fattore non trascurabile, la paura del giudizio altrui che impera.

La condivisione quindi in ogni caso aiuta nella comunicazione, migliora le relazioni, permette di comprendere l’altro e soprattutto ci rende più disponibili all’ascolto generando partecipazione, complicità , unione e sensazione del diritto all’esistenza. Ci accompagna, nell’apertura delle nostre fragilità, a darci il permesso di ammettere i nostri limiti che hanno generato errore attivando in questo modo il coraggio e di conseguenza il risveglio di sentimenti elevati come la compassione ed il perdono.
Come tante candele accese la condivisione genera luce dentro e attorno a noi, migliora la società e ispira le nuove generazioni a superare i limiti di quelle precedenti.

Per concludere, esiste un detto che riassume queste riflessioni sulla condivisione:
“Quando qualcuno ti ferisce scrivilo sulla sabbia così che il vento del perdono lo possa portare via. Quando qualcuno fa qualcosa di buono per te incidilo sulla pietra dove nessun vento lo possa cancellare.”

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